Il RAW, il negativo ed il DNG

Posted by banshee on Lug 25th, 2007
2007
Lug 25

Digital Negative

Conservare in modo duraturo il proprio lavoro è uno dei compiti più importanti e difficili che un fotografo (sia esso amatore o professionista) è chiamato a compiere.

L’avvento delle nuove tecnologie ed il conseguente passaggio, più o meno totale, alla fotografia digitale ha portato alla perdita dell’elemento cardine del “vecchio” sistema di immagazzinamento delle foto:

il negativo ;)

La pellicola, infatti, costituisce (probabilmente) il supporto più sicuro per la conservazione delle foto sul lungo periodo. Tale supporto, una volta impressionato e sviluppato, contiene al suo interno l’immagine latente del soggetto fotografato e, partendo da questa, è possibile effettuare virtualmente infinite stampe dell’immagine su carta chimica fotosensibile.

I materiali e le sostanze chimiche che vanno a formare questo media si possono conservare a lunghissimo termine (e stiamo parlando di centinaia di anni) semplicemente mantenendoli in un ambiente di stoccaggio a bassa temperatura e corretta umidità.

Quando si parla di digitale i concetti di negativo e di immagine latente, e loro relativa conservazione, si fanno più complicati.

Assumeremo, per semplicità (e perché lo fanno tutti), che l’immagine latente realizzata dalla nostra fotocamera sia il file raw e che, grazie alla demosaicizzazione ed al “tuning” operato da un convertitore di raw, l’immagine finale ottenuta da questo, divenga il nostro file jpg o tiff, oppure la nostra stampa su carta. In quest’ottica il file raw non è dissimile dal negativo sviluppato: entrambi contengono tutte le informazioni relative alla fotografia in esso memorizzata, entrambi necessitano di un “passo” ulteriore per poter ottenere l’immagine finale e, in entrambi i casi, questo ultimo procedimento può essere ripetuto un numero arbitrario di volte ottenendo un differente risultato finale (possiamo agire sull’esposizione, sui colori e via dicendo…).

Il punto in cui questo parallelismo svanisce arriva al momento dello stoccaggio…

Il negativo si spedisce in frigo (per la gioia degli inquilini) oppure in appositi raccoglitori (e comunque è probabile durino più di noi…). Il raw, invece, esce dalla compact flash e si deposita sul nostro hard disk e li iniziano i problemi…

Prima di tutto dobbiamo garantire un sufficiente backup ai nostri file; gli hard disk sono soggetti a rotture, i cd/dvd dopo pochi anni diventano illeggibili (a meno di non utilizzare introvabili e costosi supporti kodak dedicati a queste problematiche) etc.

Più in generale, possiamo dire che OGNI supporto informatico è soggetto ad una vita media minore di quella della pellicola ;) .

Mi rendo conto che messa così la cosa possa sembrare tragica, ad ogni buon conto con un’attenta politica di backup multipli ed un uso coscienzioso dei supporti informatici possiamo pensare di ridurre ad un limite accettabile il rischio di perdita dei nostri preziosi scatti; la cosa più importante è essere consapevoli del problema, se l’UNICO disco su cui tenete tutti i vostri scatti un giorno schiattasse (e col caldo di questi giorni…) perdereste TUTTO, fine partita…

Esiste, però, un nemico molto più subdolo della perdita dei dati, estremamente sottovalutato (per ora) e poco discusso dalla stampa, sia generalista che più specializzata: l’impossibilità di interpretare i file raw

Ogni file raw mantiene i dati relativi al sensore e i dati di scatto (tempo, lunghezza focale, diaframma etc.) secondo un’organizzazione interna che varia da produttore a produttore e da fotocamera a fotocamera. A peggiorare tutto questo aggiungiamo, anche, che i produttori non rilasciano nessuna specifica ufficiale riguardo al modo in cui questi dati sono scritti all’interno dei file e, quindi, ogni software di gestione deve “immaginare” e “provare” (cioè effettuare un’operazione di reverse engineering) come questi siano “distribuiti” all’interno del file stesso.

Purtroppo l’evoluzione informatica è velocissima, i sistemi operativi sono aggiornati continuamente ed il parco software lo è ancora più spesso; ogni fotocamera (come ho appena detto) utilizza un formato diverso per i raw e, in modo più o meno continuo, vengono prodotti nuovi modelli (con un formato ancora diverso). È ovvio che questo proliferare impazzito di formati, nel lungo periodo, non sarà sostenibile e, il rischio di trovarsi tra 20/30 anni con l’impossibilità di interpretare gli scatti di oggi è, a parer mio, molto concreto.

Per porre rimedio a questo possibile (ma non troppo improbabile, almeno secondo me) problema, è scesa in campo niente meno che Adobe in persona1 proponendo un formato unificato e documentato, il DNG (digital negative).

Nella prossima puntata andremo a vedere meglio cos’è e perché potrebbe essere la giusta soluzione ;)

  1. ovviamente lei ha i suoi interessi, ma, almeno per questa volta, questi e i nostri coincidono ;) []

3 Responses

  1. Maverick Says:

    Uhm a spazio il DNG contro il RAW com’è?

  2. banshee Says:

    Dipende dal tipo di raw che usi ;) il nef della mia d70 è leggermente più grosso (in media 6/7MB) dei DNG (5/6MB)… però ci sono altri problemi occulti che meritano una considerazione…

  3. L'Irish Says:

    In termini di spazio a me va di gran lusso. I miei RAW Minolta (MRW) tendono a 10 MB, ci guadagno di brutto ^_^.
    Comunque io sto già stoccando tutto in DNG e mi sembra una gran figata avere un formato unificato.

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